“Abbiamo sempre fatto così”. Ai più sembrerà una frase banale, innocua, soprattutto se scritta, come in questo caso, priva di contesto. Cambia la musica invece se queste magiche parole vengono lette o ascoltate da un barista di professione. Per avere un termine di paragone che possa rendere fedelmente l’idea bisognerebbe tirare in mezzo superman, si, proprio il supereroe con la grande “esse” stampata sul petto. Superman è forte, coraggioso, non teme le avversità, combatte i malvagi, ha un solo ed unico punto debole: la kryptonite. Ecco, la frase “abbiamo sempre fatto così” e un pò come la kryptonite per un barista che si rispetti. Sentire un collega pronunciare questa frase può procurare prurito, tremori, collera e principio si esaurimento nervoso, tutti effetti collaterali che farebbero impallidire anche il bugiardino di un farmaco.

Sì, perchè quando decidi di dedicarti a questo mestiere, soprattutto se investi su te stesso, spendi dei soldi per essere preparato e sempre più competitivo, non ammetti ignoranza, negligenza, superficialità. Molti la chiamano deformazione professionale, ma si tratta esclusivamente di coscienza e senso di responsabilità, che inevitabilmente può portare allo scontro se dietro al bancone, al nostro fianco abbiamo qualcuno che sputa su tutto questo fingendo che il cliente non abbia occhi ed orecchie, lavora con approssimazione spesso disprezzando chi tenta di aprire nuovi orizzonti.

È difficile purtroppo estirpare la metodologia dei vecchi bar italiani, concepita per catalizzare la forza lavoro verso la quantità e la velocità a discapito della qualità. Che piaccia o no, oggi l’aria sta cambiando, il cliente è sempre più consapevole ed esigente, dunque non basta più limitarsi a servire un prodotto, ma serve conoscerlo a fondo, senza lasciare nulla al caso. Ecco, la generazione “abbiamo sempre fatto così” dovrebbe essere in via d’estinzione proprio per questo motivo, mentre tuttora è lo zoccolo duro del settore, facendo la parte del leone e svilendo una categoria che in Italia stenta a stare al passo coi tempi.

Non è mai tardi per aggiornarsi, studiare, acquisire competenza. Il più delle volte ci si nasconde dietro la carenza di tempo e soldi, senza rendersi conto che la volontà gioca un ruolo fondamentale, a patto che si prenda il proprio lavoro come una professione reale e non un ripiego. Sappiamo bene che il bar spesso è il trampolino di lancio nel mondo del lavoro per tanti ragazzi ed è qui che si consuma il primo atto di degrado nei confronti della categoria. Troppi “imprenditori” disinformati, impreparati, interessati esclusivamente a riempire il cassetto sono purtroppo il primo approccio che hanno i giovani alle prime esperienze, i quali attraverso le proprie menti ancora molto fertili assorbono ed apprendono metodologie di lavoro arcaiche che a loro volta trasmetteranno ad altri.

Ogni mestiere che si rispetti richiede competenza ed esperienza, mentre aprire un bar è ormai alla portata di tutti. Pensiamo ad un chirurgo che, senza avere un percorso formativo da intraprendere obbligatoriamente potrebbe operare a suo libero arbitrio, quanti danni potrebbe fare. È pur vero che un barista non pratica operazioni a cuore aperto, dunque il paragone va preso con le dovute distanze, ma molti ignorano che la manipolazione di alimenti e bevande richiede quantomeno una preparazione adeguata, altrimenti potremmo procurare ai nostri avventori più danni di quanti possiamo solo immaginare. Bisogna dire basta al barista della domenica, non deve esistere un “abbiamo sempre fatto così”, rispettiamo le persone, rispettiamo noi stessi, rispettiamo questa professione che è una delle più belle del mondo.

Suona la sveglia, ma hai già aperto gli occhi da qualche minuto perchè ormai il tuo orologio biologico non ha più bisogno di ausili tecnologici. Per essere con la coscienza in pace però, ogni sera prima di infilarti a letto la imposti controllando che sia tutto okay, curandoti di girare lo sguardo dall’altra parte quando impunemente il cellulare ti ricorderà che Morfeo potrà abbracciarti soltanto per una manciata di ore. Ti stiracchi un pò, prendi coraggio, ti alzi, una sciacquata veloce al viso ed esci di casa. La città ancora sta dormendo, il crepuscolo lentamente sfuma via, lasciando la scena al sole nascente che ti scalda il viso con i suoi primi timidi raggi. L’aria è ancora frizzante, sei assonnato, sai che ti aspetterà una giornata dura, ma allo stesso tempo ti senti il padrone di te stesso, godi di questi attimi solitari, ma che ti fanno apprezzare quanto sia affascinante la vita.

A quell’ora sembra tutto più bello, la città ha quell’aspetto così romantico, gli uccelli incominciano a cantare, osservi tutto con più attenzione, respiri profondamente riempiendoti i polmoni di quella brezza così fresca che sembra rigenerarti. Sei orgoglioso di questi piccoli momenti, sono il tuo bagaglio esclusivo, ne sei geloso e fiero, consapevole che la frenesia del mondo che senti svegliarsi in lontananza e del quale sembri non far parte, non avrà mai il privilegio di vivere queste pillole di libertà giornaliere e con un ghigno che ti si stampa in viso sei pronto ad affrontare qualsiasi ostacolo.
Indossi la tua armatura, lucidata a puntino come ogni giorno, sei pronto a scendere sul campo di battaglia, consapevole che sarà uno scontro all’ultimo sangue e ne uscirai con le ossa rotte, ma a te tutto questo non importa: sei pronto al sacrificio, sfoderi le tue armi migliori; la guerra è iniziata.

Cappuccino scuro, chiaro, con poca schiuma, decaffeinato, con latte di soia, tiepido, bollente, delattosato. Un espresso lungo, poi corto, schiumato con un paio di cucchiaini di latte, con una scorza di limone per guarire l’emicrania. Un cornetto con la crema, però se me lo svuoti è meglio, sai sono a dieta, qualche biscottino, un vegano poco cotto ma croccante, il bicchiere d’acqua, liscia, anzi no frizzante. Ma questo caffè costa troppo, sai nell’altro bar dove vado di solito il cappuccino è più buono, poi mi fanno la promozione ed ho anche la carta fedeltà. Ti scoppia la testa, hai i nervi tesi, porti a casa la giornata durante la quale sei stato psicologo, conciliatore, dottore, consigliere e poi forse anche un pò barista.

Ma a te questo non importa, ti togli l’elmo, asciughi il sudore dalla fronte, ti senti scarico, nonostante tutto sai di aver affrontato l’ennesima battaglia, una delle tante, durante la quale più volte hai detto a te stesso che probabilmente non ce l’avresti fatta. Mille pensieri ti assalgono, potresti mollare la presa da un momento all’altro schiacciato dalla sensazione di non essere abbastanza, hai paura, voglia di scappare. Invece no, ancora una vittoria, un nuovo piccolo tassello che ti rende una persona migliore. Sei emerso dalla trincea, torni a casa, doccia bollente, rewind, domani sarà l’alba di un altro scontro.

Edward e Marco si conoscono dai tempi del liceo. Nessuna lite, droga, o donna ha tagliato la corda che li lega, la base del loro rapporto sta nella chiarezza e la sincerità reciproca. Marco è un salutista, Edward invece mangia e beve senza fine. Eccede in tutto, ad esempio, le sigarette sono una cosa che non manca mai dalla tasca della giacca, e se di buon umore è capace di bere anche sei caffè al giorno. Per comprendere quanto sia vizioso quest’uomo, ogni volta che ordinava una tazza di caffè comprava un pacchetto di cioccolatini ripieni di altro caffè, al primo morso, la crema al suo interno unita alla cioccolata, lasciava nella bocca di Edward un’unione di sapori. Tutto questo rito secondo lui, intensifica il piacere di fumarsi la “sigaretta magica”.

Ultimamente però, Edward non è più lo stesso, anche se i relativi impegni hanno allentato la vicinanza fra i due amici, per non perdersi di vista una volta alla settimana Marco ed Edward si incontrano al “solito posto”. – Ehi Ed…Ci sei? Mi senti?!Chi è?!Ma come chi è, sono io idiota! – Ao, bella Marcolì! Dimme tutto! – Che fine hai fatto?! È da un po’ che non ti si vede in giro! Di la verità, stai a scopà eh!?!No..no…Ma che c’entra; Eeeh poi te spiego! –  E parla su!Ma te n’do stai? – Sto tornando a casa perchè!?Guarda fai nà cosa, aspettame ar “solito posto”, arrivo tra cinque minuti.

Marco sa che i “cinque minuti” di Edward sono almeno venti, se non di più, quindi anziché cambiare programma, arrivato a casa lascia la borsa del lavoro, si dà una sciacquata al viso e si incammina verso il luogo dell’incontro. Arrivato al “solito posto”, ovvero il bar dove i due amici si sono incontrati per la prima volta, in quell’istante vede la macchina di Edward parcheggiare. – Bella Ed…Ma cos’hai!?Eeeeh! Mo te spiego..Ok dai, andiamoci a prendere un caffèNo.. ! Me pio un “ginseng” – Un che!?! – Ho detto “ginseng” – Ma cos’è questa cazzata! Hai sempre detto che è una “fissa da pischelle” e ora prendi il “ginseng? – Aoh ammazza, che uno nun può cambià idea naa vita!? – No..no per carità, anzi. Avviandosi al bancone, – Come mai questa cosa? Edward spiega all’amico i motivi di questa sua insolita scelta, dopo la spiegazione della causa, Marco scoppia a ridere come se avesse sentito una barzelletta – Ma dai su per favore questa è un’altra delle tue paranoie! Ogni volta che vedi una stronzata scritta in qualche social ti fai prendere dall’ansia, DEVI INIZIARE A FILTRARE ED !Ao nun m’accollà er solito pippone, famme finì! Guarda che se non né senti parlare è proprio perchè viene presa alla leggera! Proprio ieri ho letto er commento de una che diceva che quando provava a sfogarsi con i suoi amici, nessuno je dava retta e che la pijavano tutti per culo proprio come stai a fà te! – Intanto arriva il ginseng di Edoardo ed il caffè di Marco, così quest’ultimo continua dicendo – Scusa non volevo, ma devi anche capire una cosa Ed, oggi viviamo nel mondo della falsa informazione, quindi bisogna tenere…. L’attenzione di Ed però è da tutt’altra parte: tazza di vetro, crema chiara in superfice e cinque centimetri di nero intenso bevuti con tre sorsi distanti l’uno dall’altra, non più di tre. Seguire queste poche regole attestano di essere un appassionato di questa antica bevanda. – C’ho ripensato, leva sta merda! Ao me fai n’caffè!Vedo che sei determinato in questo cambio di vita eh! – Nun me rompe er cazzo, insomma, quanto devo aspetta oh! – Il barista risponde, – Ed mi spiace, ma l’abbiamo terminato proprio adesso, l’ultimo l’ho fatto a Marco – Ma che vor di oh! Siete o no un Bar?! Come puoi fini er caffè, so le sette de sera oh! – Scusami Ed mi spiace, se hai pazienza tra cinque minuti arriva – Seee vabbè dite sempre così – Ed dai calamati su, andiamo al prossimo – Marco cercava di calmare l’amico furente – Er prossimo sta in piazza ce mettemo 20 minuti annà e altri 20 minuti a tornà, 40 minuti pe n’caffè!? -E vabbè dai su, ci facciamo una passeggiata – Ao tu m’hai rotto er cazzo cò sta calma da buddista hai capito!? – Ma perché urli? – Io alzo la voce quanto cazzo vojo! – Ma che cazzo hai Ed vuoi calmarti !? – è colpa tua se ora sto a secco, te sei bevuto l’ultima tazza! – Ma stai fuori!? Mi hai detto che volevi il ginseng! – Se eri n’amico me lo impedivi! – Ed, devi riposarti – E invece nun me sposto! – Ho detto “riposarti” non “spostarti”- Aridaje nun me sposto – Ho detto RIPOSARTI! – Ao nun alzà a voce cò me eh ! – Ma se non capisci! – No no capisco benissimo! Mò te la dò na cinquina, fai poco er coatto Eh! TE SQUARTO! – Ao ma si può sapere….ed in quel momento entrarono due poliziotti – AAA NFAME! – Ma cosa dici!? – Hai chiamato le guardie vè!? A MERDA! Io nun smetto! NUN SMETTOO! – Ma fai quello che cazzo ti pare, basta che non ti agiti – Se no che fai eh! CHE VOLEMO FA EH! I due poliziotti vedendo la scena, cercano di calmare Edward, ma sembrava posseduto da un demone – NUN ME DOVETE TOCCÀ! – I poliziotti, parlottando tra loro “Mi sa che ne abbiamo un altro – hai ragione, sta messo male male” VE SENTO NFAMI! NON MI AVRETE! Cerca di correre verso la porta d’ingresso, ma gli agenti intuiscono facilmente le sue mosse e gli bloccano la via. Vedendo la porta sbarrata Edward va in totale escandescenza – AAAAHHH!!! ARRGGHAAAHH!!  Grida battendo i pugni sul petto come fosse un gorilla, a quel punto la poliziotta rapidamente gli salta sulle spalle per immobilizzarlo, ma il suo collega è ancora più veloce nel premere sul fianco il teaser (pistola elettrica) AAAAH!!! T’AMMAZZ…… cade a terra esanime.

Marco è rimasto pietrificato da ciò che aveva visto. All’arrivo dell’ambulanza chiese ad uno degli agenti maggiori spiegazioni sull’accaduto – purtroppo essendo una cosa nuova, non so darti molte risposte, ma viene chiamata “mania da caffè”, e chi ne è affetto viene soprannominato “caffeinomane”, sembra che l’eccesso da caffè possa portare ad una esplosione incontrollata di impulsi repressi, nei casi più gravi si regredisce cerebralmente.

Da quel giorno in poi, Marco, decise di bere anche lui il ginseng.

Hai del tempo libero, chiami un amico, gli dai un appuntamento, vi incontrate, si parla del più e del meno. Sembrerebbe tutto normale, starete pensando. Finchè ad un certo punto non scatta quella scintilla, la voglia, la pulsione, il forte desiderio di bagnare le labbra con un buon espresso. E qui vi volevo! “Hey, dove ce lo prendiamo il caffè?”. Schermo nero, calano i titoli di coda; game over.

Oggi trovare un buon bar per sorseggiare un caffè è come cercare un ago in un pagliaio. Molti si accontentano, altri utilizzano il jolly “macchiato con il latte”, alcuni però non si arrendono. Difendono il sacrosanto diritto di poter sorseggiare la propria tazza di nero fumante. L’espressione che va per la maggiore in Italia è “che ci vuole a fare un caffè?”, dall’altra parte del bancone la frase che spesso il barista ignorante utilizza come un comandamento è “abbiamo sempre fatto così!”. E dove sta la verità? Nel mezzo.

La verità sta nel mezzo perchè le colpe sono a metà strada tra la superficialità del barista, sempre scontento, privo di motivazione, convinto che stare dietro ad un bancone equivalga il lavoro di fattorino che svolgeva precedentemente o chissà cos’altro e l’avventore, sicuro che non ci sia di meglio, disinformato ed incurante di ciò che ingurgita. Negli ultimi tempi l’aria sta cambiando da entrambe le parti, ma non basta, parliamo sempre di una piccola nicchia di persone che portano avanti validi progetti ed idee inedite, che richiedono tempo e tanta pazienza.

Se il cliente medio avesse più cura di se stesso si estinguerebbe il barista della domenica che ci propina sovraestrazioni amare quanto una tachipirina condite da residui di fondi di caffè esausto che ci ammalano senza rendercene conto. Serve attenzione, scrupolo, voglia di far bene. È come friggere una cotoletta ed utilizzare l’olio residuo per condirci l’insalata. Basta negligenza, pulite le vostre padelle, tirate fuori l’ambizione, appassionatevi, fate vostro questo mestiere. Il bar è da sempre visto come un ripiego, una cosa alla portata di tutti. Se avete sempre fatto un altro lavoro non buttate al vento i vostri risparmi per aprire una caffetteria, non è così semplice. Non basta comprare il caffè dal torrefattore napoletano, perchè leggenda narra che al sud è più buono, mettere un paio di torte industriali e le slot in un angolo. Siamo nell’era del “cercasi barista donna di bella presenza”, convinti del fatto che se mettiamo dietro al bancone una giovane ragazza col culo in bella mostra, che tra l’altro pagheremo una miseria, copriremo la magagna della nostra incompetenza, ma non è così, anzi, cucine da incubo ci farebbe un baffo.

Non annientare questa categoria, tu barista che mi stai leggendo, formati, studia, sorridi, sii empatico, utilizza prodotti sani. La qualità e la professionalità pagano sempre. Magari non ci sarà un riscontro immediato, magari all’inizio ti scoraggerai perchè il bar di fronte che vende cappuccino e cornetto ad un euro ha la fila fino in strada mentre il tuo locale è vuoto. Tieni duro, fai del tuo meglio, non indossare pantaloni aderenti, allaccia quel bottoncino in più alla camicetta, piuttosto non badere a spese per sorrisi e cordialità. La strada è lunga ed il traguardo lo taglierai per primo tu, corri più che puoi, stai dalla parte del caffè.

NO ! Non davo il tempo di finire la proposta che avevo già dato il mio rifiuto: l’odore, l’aroma, il sapore e quel colore scuro, non facevano altro che accrescere in me una forte repulsione. Detestavo anche il sorriso cortese del barista che accompagnava la preparazione della bevanda, era una cosa che mi irritava più del normale. Non ne capivo l’utilità: Perché era una pratica fondamentale per associarsi? Perché era usato come un gesto per sancire l’inizio di una collaborazione di lavoro? E da quando veniva usato come l’inizio di un corteggiamento? Non mi piaceva, ero irrevocabile in questo, e di conseguenza le riposte a questi piccoli dilemmi non potevano essere esauriti. Come ero allora ignorante delle cause, così lo sono adesso che ho cambiato la mia opinione riguardo a ciò che inizialmente consideravo un virus da evitare come l’ebola, ma che pian piano senza accorgermene stavo integrando nelle mie abitudini un nuovo rito, stavo diventando un suo follower. Gli uomini più intelligenti che l’umanità abbia mai avuto, hanno sempre detto che il vizio è l’accompagnatore luciferino del tempo. I medici consigliano di “farne un uso moderato”, ma quanto si può essere moderati nel piacere? Quanto possono essere efficaci i consigli in questo campo? Alla fine anche se ho provato a desistere sono caduto anch’io in questa usanza. Non riuscivo a digerirne il sapore, è per questo che iniziai la mia conversione diluendolo con del latte e tre cucchiaini di zucchero; in seguito smetterò di metterci il latte (mi dava problemi di stomaco), ma lo zucchero rimaneva indispensabile, quell’amaro nella bocca non potevo sopportarlo. Ma le cose cambiano, e quel giorno è rimasto ben impresso nella memoria. Prima di iniziare ufficialmente la nostra giornata di lavoro, un mio amico ed io sedavamo spesso sui tavolino del bar accanto alla nostra sede per fare colazione. Quel giorno la “nostra” barista ci portò i “nostri” due caffè, ma questa volta aveva dimenticato di portare ciò che per me era “l’indispensabile”. Non avrei mai voluto fare nuovamente i conti con quel saporaccio, ma i tempi erano stretti e non potendo fare altrimenti, con un sorso solo buttai giù d’un fiato quello che per me, in quello stato era, un liquido nero: sceso giù per la gola esclamai “Mmh!… Non male!” – “Ma come!?! Ti sei messo a bere il caffè adesso? E per di più senza zucchero?! –  E dov’è che sto sbagliando?! Che gusto è se non c’è un po’ di amaro!?

Ora è qualcosa che non può mancare nella lista dei piaceri! La lenta discesa nella tazzina, la schiuma color caramello che si vede in superficie, e il profumo che sento entrare nelle mie narici quando mi viene servito, sono tutti ottimi segnali. Ma la cosa più importante che ho compreso in questo mio nuovo sodalizio, è che va preso amaro, solo così, posso dire che ho bevuto  UN BUON CAFFÈ.

Già al primo sguardo si intuisce che si è di fronte a qualcosa di speciale, di misterioso. Non si tratta di un semplice attrezzo, ma di un baluardo tradizionale della cultura mediorientale, un oggetto mitico, ricco di significato socio-culturale.

Si chiama Ibrik, solitamente di ottone o rame dalla forma a clessidra e caratterizzato da un lungo manico. È un pentolino, specifico per la preparazione del caffè alla turca. La metodologia è molto semplice all’occhio di un osservatore poco attento: basta riempirlo con acqua e caffè in polvere, fiamma vivace e si serve poco prima del bollore. Tutto qui, penserete, ma non è così. Dietro al caffè turco è celata una cultura ultra centenaria.

Tradizionalmente la tecnica turca rivisita la cerimonia del caffè etiope, durante la quale si prepara un unico pentolino, in cui viene fatto bollire il preparato di caffè, acqua, zucchero e spezie, servendolo poi nelle tazzine, come simbolo d’amicizia, per tre volte, senza eliminare la componente solida dalla bevanda. Assai importante è lo strato di crema superficiale, chiamato “kaimaki”, simbolo di dedizione, soprattutto in presenza di ospiti, i quali posizioneranno poi i fondi su dei piattini per permettere al padrone di casa di leggergli il futuro. Ancora oggi è di grande rilievo tale tradizione caffeicola durante i matrimoni ed anticamente, trascurarla, poteva essere motivo legittimo di divorzio tra le coppie turche.

Personalmente definisco la preparazione in Ibrik come la terra di mezzo tra la densità dell’espresso e le sfumature sensoriali del caffè filtro, una sorta di introduzione, un passaggio, che porta il consumatore medio verso un nuovo approccio, utilizzando una chiave di interpretazione che funge da passepartout per intraprendenti esploratori, neofiti in questo mare sensoriale dalle mille e una sfaccettature. Il caffè turco è di origine tanto antica quanto è recente la sua comparsa sui grandi palcoscenici che lentamente lo propongono agli occhi del pubblico attraverso formazione, competizioni nazionali e internazionali, riscuotendo sempre maggiori consensi. Originariamente non era così. È stato bistrattato, criticato, ritenuto inadatto per dare risalto alle qualità organolettiche di un determinato caffè, proprio a causa della tradizione, che vuole una tostatura molto scura ed una granulometria non finissima, utilizzando aromi e dolcificanti, in modo da attenuare il forte gusto amaro e bruciato. Col tempo la musica è cambiata, con lo studio, la passione, la sperimentazione, si è arrivati a perfezionare ciò che oggi lo rende così speciale. Pur mantenendo il suo fascino storico, grazie alle sapienti mani dei più esperti è possibile toccare il cielo con un dito pur rimanendo comodi sulla propria poltrona e la tazza rovente tra le mani.

Ibrik in rame immersi nella sabbia rovente

In Italia grande conoscitore e guru in materia è Simone Cattani, fresco campione italiano Ibrik durante il recente Sigep di Rimini. Egli è ciò che più si avvicina ad un messia in materia, grazie alle sue “parabole”, durante le quali immerge uno o più Ibrik in un grande bracere rovente colmo di sabbia ipnotizzando il pubblico che lo osserva. Grazie a tali poeti, abbiamo il privilegio di sapere, degustando consapevolmente ciò che da secoli fa parte dei nostri costumi e che ancora oggi conosciamo talmente poco.

Nero. Un colore da sempre magnetico ed allo stesso tempo misterioso, sta bene su tutto, dice qualcuno, è elegante. Personalmente mi incuriosisce soprattutto quando ho di fronte una calda tazza della nera bevanda, il caffè.

Questo è il primo articolo, le prime parole, l’inizio di questa avventura, nata un pò per caso ed un pò per necessità. È tanta la voglia di condivisione, la curiosità, la ferma convinzione di poter sensibilizzare il lettore nei confronti di questa sostanza, che ci accompagna quotidianamente come fosse un caro amico, sempre pronto a confortarci, a darci una pacca sulla spalla nei momenti più difficili o semplicemente a farci compagnia.

Non essendo tutto ciò convenzionale, non vi elencherò i motivi per cui continuare a leggere le mie parole, anzi, ci tengo a precisare il motivo per il quale non dovreste seguire questo blog. La risposta è molto semplice. Non è uno spazio per tutti, ma una via di fuga per persone passionali ed appassionate, che abbiano voglia di seguire questo sentiero pur non sapendo ancora dove andrà a finire. Perchè la cosa bella è proprio questa: il web è colmo di blog che seguono delle nette linee guida, con timonieri professionisti dalla soluzione sempre a portata di mano, mentre qui potrete sentirvi liberi di seguire il vostro pensiero confrontandolo con gli articoli che verranno proposti.

Il punto nevralgico, come espresso nelle prime righe poco sopra, sarà il caffè, illustrato in ogni sua forma, contornando tutto ciò con lo svago, cercando allo stesso tempo di smuovere nel lettore la voglia di sapere e di viaggiare pur essendo davanti allo schermo del pc.