Qualche cucchiaino di caffè macinato finissimo, acqua quanto basta, stretta forte e fuoco lento. Una ricetta non scritta, ma guai a sbagliare qualche passo. Una tradizione, quasi arcaica, che si tramanda da padre in figlio dalla notte dei tempi, o per essere più precisi dal 1933, mese più, mese meno. Quel profumo inebriante che si propaga in casa, il calore, l’aggregazione, il potere di unire le persone attorno ad un tavolo. Tutto incominciò grazie al signor Bialetti, che, “leggenda narra”, ispirandosi alla lisciveuse, un’antenata delle nostre lavatrici, mise a punto questo aggeggio, solitamente di alluminio o acciaio, nome in codice Moka.

Ho il mio primo approccio a questo “cimelio” da ragazzino, dopo pranzo. Avrei preferito essere frustato, nemmeno fossi uno schiavo ai tempi delle tratte, piuttosto che preparare la “macchinetta del caffè”. A casa mia era un rito, che andava consumato puntualmente ogni giorno dopo i pasti, goduto fino all’ultima goccia, rigorosamente bollente. Era inutile inventare le scuse più stravaganti per sfuggirle. Lei era lì, pronta ad essere composta, lucente, arroventata dal fuoco del fornello, iniziava la magia, qualche minuto per cominciare a “cantare”. Inconfondibile il suono dell’oro nero che salendo lentamente su per il comignolo sprigionava un’esplosione d’aroma, un profumo avvolgente propagato in tutta la stanza.

Non ho apprezzato subito la moka, forse a causa della mia giovane età. Lei era lì, come se mi guardasse, sembrava sapere che presto o tardi avrei compreso la sua essenza, la ritualità legata alla sua presenza in cucina. Un feticcio di famiglia, pronto a regalare magia, a farti sentire a casa. Sì, a casa, perchè credo sia proprio questa la chiave del suo successo. Un oggetto così piccolo, dalle fattezze un pò retrò, in grado di creare atmosfera, convivialità. È come avere una buona amica, sempre pronta, accanto a noi, che ci tiene la mano in ogni momento. È un’alleata per una chiacchierata, ci consola se riceviamo una brutta notizia, è un pretesto per invitare quella persona che vorresti incontrare ma non sai come dirglielo.

Ecco, questo è il mio punto di partenza, il mio anno zero. Ci ha messo un pò a farsi amare, apprezzare, ma poi ho capito: non era altro che il grande cancello d’entrata, dietro il quale si è rivelato un mondo tutto da scoprire. Un percorso, “una vocazione”, una passione che si è fatta pian piano più vorace, affamata di conoscenza, pronta a restituirmi sicurezza ed ambizione, rendendomi più curioso ed appagato. Perchè il viale dietro a questo cancello è assai lungo e un pò tortuoso, ma se questa moka non si fosse fatta odiare, oggi non l’avrei saputa amare.

Come si dice a volte, “da un male nasce un bene”. E allora dico grazie a Giancarlo e Benilde, che inconsapevolmente, nemmeno fossi un futuro erede al trono, ai tempi scelsero per me quella che sarebbe divenuta dopo più di un decennio la mia consorte. L’inizio di questa straordinaria avventura e non me ne voglia la mia ragazza, ma sull’altare di questo sodalizio dico sottovoce: finchè moka non ci separi.