La terra di mezzo si chiama Ibrik

Già al primo sguardo si intuisce che si è di fronte a qualcosa di speciale, di misterioso. Non si tratta di un semplice attrezzo, ma di un baluardo tradizionale della cultura mediorientale, un oggetto mitico, ricco di significato socio-culturale.

Si chiama Ibrik, solitamente di ottone o rame dalla forma a clessidra e caratterizzato da un lungo manico. È un pentolino, specifico per la preparazione del caffè alla turca. La metodologia è molto semplice all’occhio di un osservatore poco attento: basta riempirlo con acqua e caffè in polvere, fiamma vivace e si serve poco prima del bollore. Tutto qui, penserete, ma non è così. Dietro al caffè turco è celata una cultura ultra centenaria.

Tradizionalmente la tecnica turca rivisita la cerimonia del caffè etiope, durante la quale si prepara un unico pentolino, in cui viene fatto bollire il preparato di caffè, acqua, zucchero e spezie, servendolo poi nelle tazzine, come simbolo d’amicizia, per tre volte, senza eliminare la componente solida dalla bevanda. Assai importante è lo strato di crema superficiale, chiamato “kaimaki”, simbolo di dedizione, soprattutto in presenza di ospiti, i quali posizioneranno poi i fondi su dei piattini per permettere al padrone di casa di leggergli il futuro. Ancora oggi è di grande rilievo tale tradizione caffeicola durante i matrimoni ed anticamente, trascurarla, poteva essere motivo legittimo di divorzio tra le coppie turche.

Personalmente definisco la preparazione in Ibrik come la terra di mezzo tra la densità dell’espresso e le sfumature sensoriali del caffè filtro, una sorta di introduzione, un passaggio, che porta il consumatore medio verso un nuovo approccio, utilizzando una chiave di interpretazione che funge da passepartout per intraprendenti esploratori, neofiti in questo mare sensoriale dalle mille e una sfaccettature. Il caffè turco è di origine tanto antica quanto è recente la sua comparsa sui grandi palcoscenici che lentamente lo propongono agli occhi del pubblico attraverso formazione, competizioni nazionali e internazionali, riscuotendo sempre maggiori consensi. Originariamente non era così. È stato bistrattato, criticato, ritenuto inadatto per dare risalto alle qualità organolettiche di un determinato caffè, proprio a causa della tradizione, che vuole una tostatura molto scura ed una granulometria non finissima, utilizzando aromi e dolcificanti, in modo da attenuare il forte gusto amaro e bruciato. Col tempo la musica è cambiata, con lo studio, la passione, la sperimentazione, si è arrivati a perfezionare ciò che oggi lo rende così speciale. Pur mantenendo il suo fascino storico, grazie alle sapienti mani dei più esperti è possibile toccare il cielo con un dito pur rimanendo comodi sulla propria poltrona e la tazza rovente tra le mani.

Ibrik in rame immersi nella sabbia rovente

In Italia grande conoscitore e guru in materia è Simone Cattani, fresco campione italiano Ibrik durante il recente Sigep di Rimini. Egli è ciò che più si avvicina ad un messia in materia, grazie alle sue “parabole”, durante le quali immerge uno o più Ibrik in un grande bracere rovente colmo di sabbia ipnotizzando il pubblico che lo osserva. Grazie a tali poeti, abbiamo il privilegio di sapere, degustando consapevolmente ciò che da secoli fa parte dei nostri costumi e che ancora oggi conosciamo talmente poco.

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